martedì, ottobre 30, 2007

Essere e tempo

Ci sono delle domande che meritano di esistere non tanto per trovare una risposta, ma per il solo significato e per il solo valore che concedono all'uomo nel momento stesso in cui se le pone. Non altro.

"È chiaro infatti che voi da tempo siete familiari con ciò che intendete quando usate l'espressione essente; anche noi credemmo un giorno di comprenderlo senz'altro, ma ora siamo caduti nella perplessità.» (Platone, Sofista, 244a) Abbiamo noi oggi una risposta alla domanda intorno a ciò che propriamente intendiamo con la parola 'essente'? Per nulla. È dunque necessario riproporre il problema del senso dell'essere. Ma siamo almeno in uno stato di perplessità per il fatto di non comprendere l'espressione 'essere'? Per nulla. È dunque necessario incominciare col ridestare la comprensione del senso di questo problema. Lo scopo del presente lavoro è quello della elaborazione del problema del senso dell''essere'. Il suo traguardo provvisorio è l'interpretazione del tempo come orizzonte possibile di ogni comprensione dell'essere in generale" (Essere e Tempo di Martin Heidegger)

L'incipit di quest'opera è già importante e mi fa piacere che in me ci sia ancora il desiderio di cimentarmi in queste opere: come ci ricoda il padre dell'ontologia infatti

"Orbene io ti dirò, e tu ascolta accuratamente il discorso, quali sono le vie di ricerca che sole sono da pensare: l'una che 'è' e che non è possibile che non sia, e questo è il sentiero della Persuasione (infatti segue la Verità), l'altra che 'non è' e che è necessario che non sia, e io ti dico che questo è un sentiero del tutto inaccessibile: infatti non potresti avere cognizione di ciò che non è (poiché non è possibile), né potresti esprimerlo... infatti lo stesso è pensare ed essere." (Della natura di Parmenide di Elea)

Nessun commento: