mercoledì, agosto 15, 2007

Fisica... lisergica...

Della Fisica, della Psichedelia e di tutto quanto.

In sanscrito Sunyata è un termine difficilmente traducibile: solo un ardito giro di parole permette di rendere a pieno il suo significato. Sunyata, ovvero il vuoto pieno di ogni cosa. Difficile da concepire, vero? Cosa vuol dire il vuoto se questo è pieno di ogni cosa? Il mondo orientale è di difficile comprensione per noi occidentali abituati a pensare in termini di bianco o nero, vero o falso. Nella nostra società domina incontrastato il principio aristotelico del terzo escluso: un asserto può essere vero o falso, non esiste una terza possibilità.
La logica aristotelica, che è anche la base della nostra logica occidentale, prende la definizione di logica a due valori proprio da questo principio. È infatti tipicamente occidentale dividere la realtà in estremi opposti e inconciliabili, buono e cattivo, morale e immorale, bene e male, anima e corpo, materia e spirito. «A o non A», da questa dicotomica logica stringente non si scappa. Non si è mai scappati e la Fisica fino alla prima metà del secolo scorso costituiva il fiore all’occhiello di questo principio.
Leggi deterministe avevano dipinto con tratto preciso e netto i contorni di un mondo in cui l’oggetto dell’indagine era immutabile e certo: il mondo è un insieme prefissato di leggi meccaniche, indagabile con la logica e con la matematica aristotelica, in cui ogni progresso è tale se, e solamente se, la teoria riporta fedelmente il fenomeno osservato. Un procedimento che ha portato notevoli vantaggi e frutti incredibili al mondo occidentale, ma che era destinato prima o poi a giungere a un suo limite e a superarsi, rinnovandosi e sconvolgendosi oltre ogni ragionevole previsione. Una rivoluzione vera e propria sconvolse infatti la Fisica, trasformandola da classica a moderna, nel giro di poche decine di anni: erano gli anni Cinquanta quando l’ultimo pilastro crollò, lasciando la possibilità di riniziare la costruzione del palazzo della Fisica, in una forma nuova, imprevedibile, dai contorni indistinti e dalle metodologia differenti.
Il potere rivoluzionario di quella nuova Fisica, che rese ogni cosa relativa, che fuse concetti prima, e da sempre, sperati, che ebbe il coraggio (ma anche la necessità) di ricostruirsi dimenticando quanto andava dimenticato, diede uno scossone notevole, benché invisibile, a ogni altro aspetto della società. Pochi anni dopo, altri campi della scienza, come si trattasse una reazione a catena, diedero sconvolgenti risultati. Nascono così nuovi modi di affrontare problematiche antiche: Bergson sviluppa una teoria secondo la quale la funzione del cervello, del sistema nervoso e degli organi sensitivi potrebbe essere concepita come «eliminativi» oltre che «ricettiva» nei confronti delle esperienze esterne. In base a questo principio, la percezione dell’uomo è infinita, senza confini, senza freni, limitata solo da un’azione preventiva e non cosciente del sistema nervoso: l’universo è dentro di noi, ma non lo percepiamo. L’aspetto sconvolgente di questa teoria, ripresa di lì a poco dell’indagine psicologica, consiste nell’implicita ipotesi della possibilità di ampliamento della percezione ordinaria, dell’accesso mediante stati di coscienza non «normali», che abitualmente risultano inibite. Coscienza collettiva e stati di percezione alterati iniziano ad apparire non più come una malattia della mente umana ma come momenti atipici della sua «vita».
E infine, tanto attesa, giunse la rivoluzione così come tutti noi siamo abituata a pensarla, ovvero la rivoluzione sociale. Giunse dirompente, colorata, inconcludente ma profonda la rivoluzione psichedelica di Hofmann e Leary, del LSD1 e di Kessey. Giunse la Psicologia a fondersi con la Chimica, gli stati di coscienza alterati divennero sondabili con metodologie scientifiche, il sapore antico degli sciamani torno ad affacciarsi sulla bocca insipida del uomo occidentale. Si arrivo a «quell’altra terra in cui i colori sono molto più puri e molto più brillanti di quanto siano quaggiù… Le stesse montagne, le stesse pietre hanno un più ricco splendore, una trasparenza più bella, una più bella intensità di sfumature» (Socrate). Si arrivò a varcare le porte della percezione: alcuni non tornarono più indietro, altri fecero pochi passi, altri ancora vennero recuperati, tutti però irrimediabilmente mutati da un’esperienza totale e profondamente nuova. Un uomo nuovo era morto e nello stesso istante era rinato.
Fisica, scienze, Psichedelia e oriente. Concetti che sembrano così lontani fra loro, concepiti in modo differente l’uno dall’altro, distinti nel nostro modo comune di intendere e vedere il mondo. Ma vicini, profondamente vicini, quasi compenetrati secondo uno schema in parte nascosto e in parte no, uno schema illogico forse, ma ragionevole, imprevisto ma forse anche necessario. Questo è lo schema che voglio rivelarvi, il cammino che ho fatto in modo fortuito e fortunato, attraverso un percorso a tappe, che parte dalla Fisica, passa per la Psichedelia ed arriva al mondo orientale più vero. Il cammino di un uomo occidentale che vede crollare i suoi valori più forti e li ricostruisce con strumenti diversi, arrivando a vedere come la Fisica e la Psichedelia non sono molto dissimili fra loro: entrambe modi occidentali di vedere l’antico, vero e profondo mondo orientale
«Se le porte della percezione fossero abbattute, ogni cosa apparirebbe come è, infinita» così diceva William Blake, poeta e visionario di oltre 500 anni fa. Ed aggiungeva sapientemente «ma poiché l’uomo s’è da se stesso rinchiuso fino a non vedere più le cose che attraverso le strette fenditure della sua caverna».

(tratto da "Fisica Lisergica" di A.Haag e L.Gianfagna, Castelvecchi 2005)

Nessun commento: